L'art. 1 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo

Quando la Dichiarazione, all'art. 1, afferma che gli tutti esseri umani nascono liberi in dignità e diritti, sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire in spirito di fratellanza gli uni verso gli altri, essa de facto sta riconoscendo e insieme stabilendo un duplice fondamentale postulato: che un essere umano è tale ed è unico, si caratterizza – si individua – perché dotato di ragione, di una sua memoria, di un suo bagaglio di esperienze, e di coscienza, cioè della coscienza di essere, e di un certo grado di consapevolezza sul quale fonda i propri meccanismi comportamentali e le proprie determinazioni; che ogni essere umano, così definito, essendo uguale e libero agli altri suoi simili, con cui deve agire in spirito di fratellanza – si legga: cooperazione e rispetto delle libertà individuali – possiede e gode della facoltà/diritto imprescindibile ed inalienabile del libero arbitrio.

In altre parole, la Dichiarazione universale dei diritti umani riprendere paro paro e, pertanto, rinnova la vigenza, del famoso principio biblico di diritto divino. La cosa non deve certo stupire: è fatto comunemente noto che, non molti secoli fa, la Bibbia, nei territori del Sacro Romano Impero, aveva effettivamente valore di legge, al pari di una costituzione o di un codex. Invece, è praticamente sconosciuto ai più che, da allora, le cose non sono affatto cambiate. Ma andiamo con ordine.

Anzitutto, è opportuno per scrupolo chiarire che il libero arbitrio non è soltanto una facoltà, non è solo la capacità dell'uomo di perdonare le offese, non va ricondotto e circoscritto solamente all'insegnamento del Cristo del “porgere l'altra guancia”, e certamente ci si deve discostare dall'interpretazione superficiale fornitaci dalla Chiesa. Non si sta parlando di buonismo, ma della libera determinazione di un uomo in grado di dominare il suo impulso a reagire – del potere di autodeterminarsi liberamente a prescindere dalla situazione esterna, di essere libero. A ben guardare, un potere immenso, una facoltà che ha del divino. Questo per quanto concerne l'uomo nel confronto, nel rapporto con se stesso, con la sua dimensione (etica) interiore.

All'esterno, il libero arbitrio è un diritto, una libertà imprescindibile che deve essere concessa ad ogni essere umano dai suoi simili, considerati alla stregua di fratelli (“spirito di fratellanza”). Gli altri sono i consociati, che presi nel loro insieme formano la società, il popolo, l'ordinamento. Ciò significa che ogni ordinamento giuridico positivo deve garantire al singolo il diritto all'esercizio del libero arbitrio, poiché sancito dalla Dichiarazione universale dei diritti umani. Ogni individuo deve poter contare su organi e istituzioni idonee non soltanto a garantirgli sufficiente libertà affinché egli compia liberamente il proprio destino (senza tentare di condizionare le sue scelte), ma che siano pure in grado di offrirgli al bisogno assistenza, mezzi, tutela, cura e istruzione, e comunque tutto quanto si può ragionevolmente pretendere da un ordinamento positivo affinché il singolo intraprenda il cammino che si è liberamente scelto e lo porti a compimento, che ne goda i frutti e che possa con la propria attività avere una vita dignitosa.

Il bene più grande, quello verso cui tutti più o meno si tende, è la libertà, ovvero essere e fare ciò che si vuole nel rispetto della libertà altrui. In concreto, allora, ad ogni consociato l'ordinamento giuridico dovrebbe consentire di poter svolgere, ad esempio, il lavoro che più preferisce senza divenirne schiavo, e di poter vivere dignitosamente di quel lavoro. Capite bene che non serve scrivere un saggio sulla matrix giuridica per rendersi conto che ad oggi non v'è un ordinamento che sia uno – forse qualcuno nei paesi scandinavi (ma a mio giudizio nessuno) – che possa considerarsi del tutto idoneo ad offrire le suesposte garanzie. Ce n'è già abbastanza così per far cadere l'intero castello di carte degli istituti positivi.